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Sì, i videogiochi possono effettivamente mettere a rischio l’udito. L’esposizione a volumi elevati attraverso cuffie o altoparlanti durante il gioco può causare danni all’udito, come sordità o acufene, che si manifesta con ronzii nell’orecchio. Nel 2022, si è stimato che ci siano stati oltre 3 miliardi di giocatori a livello globale, con bambini e adolescenti tra i più esposti a questo rischio.

Finora, l’attenzione si è concentrata sui rischi legati all’esposizione al rumore in ambienti come concerti e discoteche, trascurando l’impatto potenziale dei videogiochi. I giovani, in particolare, tendono a isolarsi dai rumori esterni utilizzando cuffie e altoparlanti a volumi molto elevati per immergersi completamente nell’esperienza di gioco.

Uno studio pubblicato sul British Medical Journal Public Health, che ha coinvolto 54.000 persone di diverse nazionalità, ha evidenziato i rischi associati all’ascolto prolungato a volumi elevati. Nonostante sul mercato esistano dispositivi dotati di segnali luminosi per limitare il volume massimo, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) raccomanda di moderare il volume in base alla durata dell’esposizione: più lungo è il tempo trascorso con dispositivi acustici, minore dovrebbe essere il volume impostato.

L’OMS stima che oltre 430 milioni di persone nel mondo soffrano di ipoacusia invalidante, evidenziando l’importanza di adottare misure preventive per proteggere l’udito, soprattutto tra i giovani videogiocatori.

Cristina Zangone

Sono nata a Milano e mi sono formata nel campo dell’informatica. Nonostante il mio attuale impegno nel mondo del lavoro, con due occupazioni, non ho mai smesso di studiare. La mia passione è viaggiare e scoprire nuovi luoghi, accompagnata spesso dalla musica che amo ascoltare. Nonostante le sfide della mia condizione, essendo una persona disabile e utilizzando una carrozzina, affronto la vita con determinazione e curiosità.

Un fenomeno che si sta diffondendo anche in Italia -Parte 1

Il fenomeno dell’hikikomori, termine giapponese che significa “ritirarsi” o “stare in disparte”, rappresenta una problematica sociale emergente che va oltre i confini del Giappone, estendendosi anche in Europa e negli Stati Uniti. Originariamente identificato nella seconda metà degli anni ’80, l’hikikomori coinvolge principalmente giovani di età compresa tra i 14 e i 30 anni, con una prevalenza maschile che varia tra il 70% e il 90%. Sebbene le statistiche ufficiali giapponesi rivelino una significativa presenza del disturbo anche tra gli over 40, il fenomeno tende a cronicizzarsi partendo dall’adolescenza.

Il Giappone, con circa 1,5 milioni di casi, è stato il primo a riconoscere l’hikikomori, attribuendo la sua diffusione alla pressione culturale per il successo sociale. In Italia, si stimano tra i 50 e i 70 mila casi, focalizzandosi principalmente sugli studenti. L’hikikomori si manifesta con il ritiro volontario dalla vita sociale, scolastica o lavorativa, spesso scatenato dalla paura e dallo sconforto nei confronti della società.

Marco Crepaldi, presidente dell’associazione “Hikikomori Italia”, identifica diverse cause alla base di questo comportamento:

– **Caratteriali:** Gli hikikomori sono spesso individui sensibili e intelligenti che faticano a instaurare relazioni sociali a causa della loro timidezza.

– **Familiari:** È frequente la presenza di un padre emotivamente e fisicamente distante e di una madre iperprotettiva, che ostacola il processo di distacco del figlio. In Giappone, la divisione dei ruoli familiari e le aspettative lavorative possono creare un ambiente soffocante per i giovani.

– **Scolastiche:** Il rifiuto della scuola, spesso legato a esperienze di bullismo, è un segnale precoce del disturbo.

– **Sociali:** La percezione negativa della società e la pressione verso il successo possono spingere l’individuo a isolarsi completamente, al punto da rinchiudersi in camera e rifiutare qualsiasi contatto con l’esterno.

L’hikikomori è quindi un’espressione estrema di ritiro sociale che richiede una maggiore comprensione e interventi mirati per offrire supporto adeguato a chi ne soffre, promuovendo un’integrazione sociale sana e rispettosa delle esigenze individuali.

Vittoria Montemezzo  

Sono nata nel 1977, ho un diploma di liceo linguistico, mi piacciono i bambini, la natura, la storia e le culture antiche…e l’essere umano in generale. Dal 2015 sono insieme ad un compagno disabile in sedia a rotelle.

Un fenomeno che si sta diffondendo anche in Italia – Parte 2

Il giovane hikikomori si ritira gradualmente dalla società, rifugiandosi nella propria stanza, considerata una “zona di comfort” lontana dalle pressioni esterne. Questa scelta di isolamento è spesso una risposta alle aspettative sociali elevate, incluse quelle familiari, o a esperienze negative come il bullismo. Tale ritiro diventa una dipendenza comportamentale che, se non affrontata, si intensifica nel tempo.

Marco Crepaldi evidenzia la natura dinamica dell’hikikomori, che attraversa fasi di incremento, stabilizzazione e regressione. Identifica tre stadi verso l’isolamento totale, sottolineando l’importanza di intervenire precocemente, quando il giovane inizia a mostrare segni di asocialità e inversione del ritmo sonno-veglia.

L’approccio all’aiuto deve essere empatico, paziente e basato sulle reali esigenze del giovane, evitando soluzioni drastiche che potrebbero aggravare la situazione. Crepaldi propone l’intervento dei “facilitatori”, volontari che condividono interessi e linguaggi con l’hikikomori, per instaurare un dialogo e incoraggiare il recupero delle competenze sociali perse.

Questi facilitatori possono successivamente introdurre l’individuo in comunità specializzate, dove professionisti quali psicologi e educatori supportano il recupero attraverso attività che promuovono l’interazione sociale. Crepaldi sottolinea l’importanza di apprendere dall’esperienza positiva giapponese in questo ambito, evitando pratiche coercitive e sfruttatrici.

In conclusione, la soluzione risiede nell’incoraggiare una scelta volontaria di uscita dall’isolamento da parte dell’hikikomori, riconoscendo la necessità di un supporto sensibile e rispettoso.

Vittoria Montemezzo  

Sono nata nel 1977, ho un diploma di liceo linguistico, mi piacciono i bambini, la natura, la storia e le culture antiche…e l’essere umano in generale. Dal 2015 sono insieme ad un compagno disabile in sedia a rotelle.

La seconda edizione dell’evento “Videogames ed eSports accessibili per tutti” si è tenuta recentemente in cinque località diverse in Italia, organizzata dalla Fondazione ASPHI Onlus e dalla Fondazione FightTheStroke, con il sostegno di Lenovo Foundation e della Fondazione Mazzola. L’evento ha visto la partecipazione di esperti come psicologi e psicoterapeuti specializzati in videogiochi, oltre a un pubblico composto principalmente da persone con disabilità, in particolare bambini e adolescenti tra i 6 e i 13 anni, famiglie, associazioni e professionisti della riabilitazione.

L’iniziativa si è rivelata un grande successo, dimostrando il potenziale dei videogiochi come strumento di apprendimento, sviluppo personale e sensibilizzazione. I videogiochi ben progettati possono offrire opportunità educative e affrontare temi sociali, ambientali e collettivi.

Tuttavia, la realtà in Italia mostra una lacuna significativa nell’inclusione sociale delle persone con disabilità, con oltre il 79% che dichiara di non partecipare attivamente alla vita sociale e di essere insoddisfatto della qualità del proprio tempo libero, secondo i dati ISTAT. Inoltre, esiste una marcata disparità nell’accessibilità digitale, con solo il 59% delle persone con disabilità lievi o moderate che hanno accesso a Internet, percentuale che scende al 36% tra coloro che hanno limitazioni gravi.

In questo contesto, Lenovo si impegna a migliorare l’accessibilità attraverso i videogiochi, sfruttando le tecnologie più avanzate e l’intelligenza artificiale, con l’obiettivo di costruire un futuro più inclusivo per tutti.

Cristina Zangone

Sono nata a Milano e mi sono formata nel campo dell’informatica. Nonostante il mio attuale impegno nel mondo del lavoro, con due occupazioni, non ho mai smesso di studiare. La mia passione è viaggiare e scoprire nuovi luoghi, accompagnata spesso dalla musica che amo ascoltare. Nonostante le sfide della mia condizione, essendo una persona disabile e utilizzando una carrozzina, affronto la vita con determinazione e curiosità.

Il Gruppo Solidarietà di Moie di Maiolati Spontini, Ancona, si distingue per il suo impegno attivo nelle politiche sociali, con un focus particolare sulle questioni riguardanti gli amministratori di sostegno. Di recente, sono stati pubblicati diversi materiali che approfondiscono questa tematica:

– Un’intervista a Elena Cesaroni, giurista e pedagogista di Pesaro, dal titolo “Protezione giuridica e amministratore di sostegno. La necessità di una riflessione”, che sottolinea l’importanza di una maggiore riflessione sul ruolo e le responsabilità dell’amministratore di sostegno nella protezione legale degli individui.

– Il testo di una sentenza del 6 luglio 2023 della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che ha criticato l’Italia per l’uso improprio della figura dell’amministratore di sostegno e per la violazione del diritto alla vita privata in un caso che coinvolgeva un professore.

– Il Codice Etico e di Comportamento dell’amministratore di sostegno, elaborato dall’Ufficio di Protezione Giuridica dell’ASST di Mantova a dicembre 2022. Questo documento, strutturato in sette sezioni, delinea i principi, i valori, i criteri di condotta, i poteri, i diritti, le responsabilità e le possibili violazioni legate alla figura dell’amministratore di sostegno.

Inoltre, l’ANFFAS ha inviato una lettera aperta alla Ministra per la Disabilità e al Ministro della Giustizia, evidenziando l’urgenza di riformare la normativa relativa all’amministratore di sostegno per garantire una maggiore tutela dei diritti delle persone con disabilità.

Cristina Zangone

Sono nata a Milano e mi sono formata nel campo dell’informatica. Nonostante il mio attuale impegno nel mondo del lavoro, con due occupazioni, non ho mai smesso di studiare. La mia passione è viaggiare e scoprire nuovi luoghi, accompagnata spesso dalla musica che amo ascoltare. Nonostante le sfide della mia condizione, essendo una persona disabile e utilizzando una carrozzina, affronto la vita con determinazione e curiosità.