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COME SAREBBE IL MONDO SENZA I SOCIAL MEDIA?

Questa settimana il mondo del web e più nel dettaglio il mondo legato ai social network/media ha subito un brusco crollo dovuto ad un malfunzionamento che è perdurato per diverse ore, all’ordine del giorno di direbbe, in quanto questi colossi devono effettuare manutenzioni periodiche che possono causare dei disservizi limitati ad alcune zone oppure su scala globale. Facebook nel 2019 ebbe un caso simile che si risolse in poco più di un’ora, non creando però pochi problemi all’utenza che dipende da questo tipo di piattaforma social media.

Qualche giorno fa la situazione si è verificata di nuovo, questa volta però il disservizio esteso su scala globale è durato per diverse ore, scatenando l’ira di molti utenti che utilizzano piattaforme come Facebook e Instagram sia per comunicare che per lavoro, il problema si è esteso anche all’applicazione di messaggistica istantanea Whatsapp, che collega tutti i giorni milioni di persone. Ricordiamo che Instagram e Whatsapp fanno parte del gruppo Facebook Inc. e che la rete di server su cui si appoggiano è condivisa.

Come un domino, tutti i tasselli sono crollati.

Ma facciamo un piccolo approfondimento sulla questione che fortunatamente l’impresa di Menlo Park, California è riuscita a risolvere.

Cosa sono i social network?

Sono essenzialmente dei servizi che vengono offerti su Internet gratuitamente nella maggior parte dei casi, utilizzabili anche su dispositivi portatili sotto forma di applicazioni dove è possibile comunicare e condividere contenuti di qualsiasi genere.

Il servizio offre la possibilità di creare un profilo personale e quindi di condividere informazioni personale basilari per potersi far conoscere o riconoscere dalla rete, è possibile creare una propria rete di persone con cui rimanere in contatto e con cui condividere diversi contenuti. Alla base di questi servizi troviamo la comunicazione, la condivisione e l’interazione.

Nel 2021, il mondo ha subito un’accelerata verso l’utilizzo di questi servizi, al punto che oggi gli utenti attivi sulle piattaforme social sono più di 4,20 miliardi, un incremento notevole. La predominanza delle piattaforme social si attesta al 53% della popolazione mondiale, dati alla mano oggi la popolazione mondiale registrata è di 7,83 miliardi di persone ad inizio 2021.

Numeri impressionanti se si considera che questi vengono spalmanti su i tanti servizi di sociale network/media presenti oggi.

Ma alla domanda “e se un giorno tutto questo smettesse di funzionare per un breve o lungo periodo?”.

Siamo collegati da un filo che rende i social una parte integrande della nostra vita, nell’immaginario odierno i cavi collegati direttamente al cervello che servono per entrare nel mondo fittizio di Matrix, immagine molto estrema delle macchine che governano l’uomo perché ribellate a questo. Oggi pc e smartphone sono le macchine che ci rendono costantemente assuefatti. Perché la verità è un costante contrasto tra quello che è l’utilità dello strumento che stiamo utilizzando e bisogno morboso. La morbosità risiede in una “dipendenza da selfie”, possiamo chiamarla in questo modo, la ricerca della perfezione mascherata da una falsa proiezione della nostra vita reale, solo per trovare accettazione quando in realtà siamo noi a non accettare  come siamo fatti. Distinguiamo il buono dal nocivo, un social network ha molti lati positivi come la condivisione genuina della propria vita, il condividere informazioni veritiere e non fake news, che hanno lo scopo di creare un flusso virale brutale e malsano. Il lato positivo è renderci più vicini alle persone quando le distanze geografiche ce lo impediscono, poter comunicare in tempo reale, poter condividere i nostri valori, i nostri ricordi, le nostre idee e molto altro. Il tutto in uno spazio libero, ma moderato e tutelato.

Consideriamo anche che oggi il mondo del business cavalca l’onda dei social per farsi conoscere e sponsorizzare. Molte piccole attività commerciali e grandi aziende utilizzano questi canali sempre più fondamentali per proiettare la loro realtà sul web e ovviamente generale un ritorno economico; il mercato si sta evolvendo sempre di più in questa direzione e stare al passo con i tempi è diventato fondamentale, tanto da creare molte nuove professioni improntate alla parte tecnica e gestionale del digitale.

Un mondo senza social network?

Chi appartiene alla generazione di mezzo e quelle precedenti sicuramente vede nell’assenza dei social network la possibilità ad un ritorno di fiamma verso strumenti e modi di comunicare del passato. Proviamo a pensare che prima degli sms, email, whatsapp principalmente si comunicava attraverso la corrispondenza scritta, il nostro quotidiano non verrebbe distratto dal continuo ricevere notifiche ma ci preoccuperemmo di più di quello che ci succede attorno. Il salsa più moderna la facevano da padrona i blog, primi veri mezzi di comunicazione sul web, i forum dove l’utenza poteva interagire, tutti mezzi di comunicazione ancora presenti ma poco utilizzati dalle nuove generazioni.

Sotto un punto di vista pratico, le generazioni odierne che sono sempre più improntate sull’utilizzo del digitale si troverebbero spiazzate da un’assenza improvvisa dei social network, un ritorno all’età della pietra senza sapere come accendere un fuoco o procurarsi del cibo.

La “social evolution” è quel cambiamento radicale che ci ha spinti a compiere determinate azioni quotidiane di condivisione con il mondo. Chi è nato è cresciuto nel boom di questa evoluzione (millenials) e conosce solo di sfuggita come si viveva prima dell’avvento dei social, vedrebbe nell’assenza di questi un tragico epilogo, perché il problema maggiore di una lunga astinenza da social ricadrebbe inesorabilmente sui giovani, di cui molti di questi sono ormai dipendenti.

L’idea di un mondo senza social network porterebbe ad una retrocessione del pensiero, in futuro il mondo diventerà sempre di più un social network, il problema che ci si pone davanti non è più tanto quello di pensare ad un mondo senza, ma creare un mondo dove poter guidare i giovani a stare sui social network.

Come detto in precedenza, abbiamo a che fare con dei pro e contro, l’approccio fondamentale da insegnare è quello della consapevolezza e maturità, perché buona parte della nostra vita è legata anche a quello che scorre attraverso la rete. Insegnare un metro di giudizio che porti alla consapevolezza di ciò che è giusto e ciò che è sbagliato nei contenuti di tutti i giorni e la moderazione nel modo e tempo con cui si utilizzano questi strumenti per evitare che si creino dipendenze malsane.

Non esiste un interruttore per spegnere internet o la tecnologia per sempre, un po come Snake Plissken interpretato da Kurt Russel nel film fanta-politico fuga da Los Angeles (1996), dove con un arma satellitare annulla tutta la tecnologia del mondo riportando l’umanità all’età della pietra.

Ma esiste un interruttore… per accendere il cervello.

GLI EUROPEI DI CALCIO IERI E OGGI (1960-2021)

Gli europei di calcio, il massimo evento calcistico europeo che attrae milioni di tifosi da tutto il mondo.

Evento che vede partecipare le squadre più forti del continente europeo che si fronteggiano dalla fase a gironi e le successive fasi, gli ottavi, i quarti, semifinali e la tanto attesa finale, che andrà a sancire il campione d’Europa, la squadra sul tetto del mondo.  

Ripercorriamo alcuni passaggi storici importanti che hanno trasformato radicalmente il torneo, dalla sua nascita agli inizi anni 60, fino ad oggi.

Per comprendere al meglio la storia degli europei di calcio, dobbiamo partire un po prima della sua nascita ufficiale e andare indietro nel tempo fino al 1927, all’epoca esisteva la Coppa Internazionale, che ha visto susseguirsi cinque edizioni fino al 1960.

La prima coppa internazionale aveva delle differenze da quello che conosciamo oggi, le squadre partecipanti in origine erano sei: Austria, Cecoslovacchia, Ungheria, Italia, Svizzera, Jugoslavia.

L’Italia vinse ben due edizioni di questa coppa, affermandosi come la squadra europea più forte del periodo (1928-1960).

Nel 1954 si inizia a respirare un’aria di cambiamento radicale nel mondo del calcio europeo, significativo la nascita della UEFA (Union of European Football Associations), che porterà ad un rinnovo nella struttura della Coppa Internazionale, avvicinandosi di più al modello della Copa America e cambiando il suo nome in Campionato Europeo per Nazioni, è il 1960 inizia così una nuova era del calcio internazionale.

Uno dei maggiori promotori di questa rivoluzione è Henry Delaunay, segretario UEFA, che apporterà sostanziali modifiche, aprendo l’accesso al campionato a più nazioni, qualora queste avessero accettato l’invito.

La Germania e la Spagna hanno vinto tre volte l’Europeo. La nazionale francese ha alzato il trofeo per 2 volte mentre l’Italia solamente nel 1968 si è laureata campione d’Europa (insieme ad altre 6 nazionali).

Oggi possiamo assistere alla sedicesima edizione del campionato, UEFA Euro 2020. Tutti incollati al televisore e facciamo il tifo per la nostra nazionale.

FORZA AZZURRI!

Siamo abituati a eventi di grande importanza mediatica che si ricorrono e rincorrono da molti anni, come per esempio la notte degli Oscar o dei Golden globe, dove si premiano film e attori, grandi festival musicali che premiano cantanti e le loro canzoni, ogni anno si premiano città che rappresentano al meglio la cultura del paese, e molte altre competizioni come nello sport.

Ma da dieci anni a questa parte, esattamente il 10 maggio 2010 viene organizzato il premio europeo delle città accessibili, assegnato dalla Commissione europea. L’obbiettivo che sta alla base del progetto vuole prima di ogni altra cosa portare una rivoluzione e avanzamento rendendo le città di tutta Europa sempre più accessibili, con un pizzico di competizione che sicuramente crea un incentivo maggiore nel migliorarsi, trattandosi di una competizione in palio ci sono dei fondi destinati alla città vincitrice e naturalmente la menzione d’onore.

Quando possiamo parlare di una città accessibile?, sicuramente ci sono molti fattori che la contraddistinguono. la Commissione europea ha tutto un suo calcolo e parametri per poter sancire il vincitore, fondamentalmente i fattori principali si possono riassumere con quanto segue.

Una città è accessibile quanto
tutti possono facilmente:
• prendere l’autobus o la metropolitana
per andare al lavoro;
• utilizzare le biglietterie automatiche per
acquistare il biglietto;
• muoversi in strada ed entrare negli edifici pubblici;
• ottenere informazioni in un linguaggio comprensibile

E molto altro…

Per maggiori inforazioni sull’iniziativa e sul suo funzionamento nel dettaglio, per visionare lo storico dei vincitori degli anni passati, ma soprattutto di quest’anno, vi lasciamo al sito ufficiale:

https://ec.europa.eu/social/main.jsp?catId=1141

Parlare di turismo in questi giorni di lock down e di scarsità di spostamenti, non ha solo il normale fascino che il viaggio da sempre porta con se ma ha in più il desiderio della cosa proibita, dell’astinenza da qualcosa ormai ritenuta indispensabile.

Per noi che del viaggio e del turismo abbiamo fatto una ragione di vita, oltrechè una professione, riflettere sul suo significato e riempire di contenuto questa azione, in modo che vada oltre il piacere momentaneo è di fondamentale importanza, una ragione esistenziale.

Anzitutto pensiamo che il turista debba immergersi nella realtà che visita, conoscendone la storia passata e presente in modo da comprendere i luoghi che si stanno attraversando e le persone che s’incontrano.

Sono importanti i luoghi storici, i musei, le località “glamour” sia naturali che realizzate dall’uomo; ma se non riusciamo, anche con poco tempo a disposizione, ad “immergerci nel quotidiano” ad incontrare la gente, a capirne le abitudini, i problemi di tutti i giorni, ci illuderemo di aver fatto un’esperienza completa, di conoscere una realtà mentre invece ne avremo solo sfiorato la superficie o, peggio ancora, ne usciremo con un’immagine distorta.

Pensate a chi vene a Milano, arriva all’aeroporto, prende un taxi, si ferma in un bel albergo del centro, mangia in qualche ristorante stellato, vede un paio di musei accompagnato della guida e, al massimo, incontra la gente della movida di corso Como o dei Navigli, cosa capirà di questa città? Come si renderà conto della vita degli italiani?

Noi pensiamo che sia importante in un viaggio “penetrare profondamente” la realtà in cui si viaggia per portare a casa non solo un’opinione completa su dove si è stati ma per confrontare i propri modelli con altri sistemi di vita, ponendosi quesiti, entrando in contraddizione ….. il viaggio è un’esperienza di crescita profonda che riguarda tutte le parti della persona fisica e spirituale.

Una maniera ancora più completa per “mescolarsi” alla realtà che si visita è quello di non fermarsi alla visita, al guardare, ma condividere un’esperienza nel fare con una realtà locale e anche con i propri compagni di viaggio.

Ci sono tantissime maniere di farlo:

gruppo di professionisti che incontra colleghi che diventano la loro guida affrontando i temi turistici ma anche quelli della professione:

associazioni sportive che visitano un paese praticando lo sport, incontrando le realtà locali, condividendo i momenti dell’agonismo ma anche della vita sociale;

gruppi di fede che si spostano per visitare luoghi particolarmente significativi per il loro credo e vengono guidati in esperienze mistiche diverse e spesso anche lontane da quelle consuete e quotidiane, che aprono nuovi orizzonti nella loro vita.

L’esperienza che noi abbiamo scelto da molti anni, è quella di portare le persone a conoscere la realtà dell’Uganda attraverso visite a luoghi d’interesse storico e naturalistico, mangiando in maniera sana i cibi del luogo, dormendo in luoghi confortevoli dove dorme la gente comune in modo da incontrarla, cercando di avvicinare una delle realtà problematiche di questo paese che è quella dei ragazzi senza famiglia che vivono negli orfanotrofi.

Lo facciamo cercando non solo di “prendere” qualchecosa da questa esperienza ma anche di “dare”, di “donare” alle persone che incontriamo. Il dono più importante non sono gli oggetti che portiamo con noi, gli importi economici – modesti – che riusciamo a raccogliere e a trasformare in oggetti e servizi come letti, materassi, acqua, vestiti e cibo, ma semplicemente noi stessi con la nostra presenza e la nostra amicizia che è dimostrata nella continuità anche nella lontananza di quando torniamo a casa nostra.

Ed è questa la risposta che diamo a chi ci dice: “ma io non so fare niente cosa potrò dare a queste persone che incontrerò?”. La cosa più importante che puoi dare è il dono di te stesso, la tua presenza, il tuo tempo ….. l’aver fatto un viaggio tanto lungo per dedicare parte del tuo tempo semplicemente per stare con queste persone che sono spesso sole, dimenticate, che non vuole nessuno.

Non vediamo l’ora di ricominciare presto a viaggiare liberamente.

Claudio Fontana

Le olimpiadi 2026, un baluardo per Milano (e l’Italia)

Il primo grande evento internazionale che interesserà l’Italia nei prossimi anni è sicuramente quello delle olimpiadi 2026 di Milano-Cortina che potrebbero un baluardo per uscire dall’inevitabile crisi post-coronavirus.

Perché l’incessante crescere di Milano degli ultimi anni, si arrestasse, c’è voluto il coronavirus. L’emergenza ha richiesto decisioni nell’immediato che hanno stravolto la vita e l’economia delle nostre città. È importante quindi pensare oggi ad una prospettiva di lungo periodo, una strategia che si deve sviluppare con le olimpiadi 2026 come traguardo finale, che al contempo segni l’inizio di un nuovo capitolo.

Le opere in programma per le Olimpiadi invernali sono tante e l’inizio dei lavori è previsto già per il 2021. C’è innanzitutto il Villaggio Olimpico che ospiterà gli atleti nell’attuale scalo ferroviario di Porta Romana, dove nelle scorse settimane sono iniziati i primi lavori di puliza e smantellamento dei vecchi binari e che in futuro sarà destinato a diventare un campus per studenti universitari. Strutture preesistenti come il Mediolanum Forum, l’Allianz Cloud e il Palasharp saranno rimodernate per poter ospitare le gare di diverse discipline e il PalaItalia dovrebbe fare da traino al progetto di rilancio del quartiere di Santa Giulia, nella vicina Rogoredo, divenuto negli ultimi anni un brutto simbolo per la città.

Non tutte queste opere sono estremamente necessarie per la città, ma potranno rappresentare una nuova immagine per Milano e un nuovo strumento di attrattività. Certo sono degli strumenti di riqualificazione che dovrebbero permettere nel breve e anche nel lungo periodo riqualificazione del quartiere, posti di lavoro e anche residenze per studenti o in housing sociale. Questa volta a differenza di quello che abbiamo visto con l’area di Expo2015 c’è già un progetto di riuso per il futuro e non si dovranno aspettare anni per capire quale sarà il futuro di queste opere.

Expo2015 ha rappresentato il salto di qualità, il cambiamento di Milano e con le Olimpiadi 2026, Milano potrebbe fare anche questa volta il grande passo, verso una nuova era, ricostruire tutto quanto è stato distrutto dal Covid-19.

È importante costruire questa opportunità di rilancio insieme, bisogna tralasciare i cosiddetti campanilismi e attuare una strategia comune, che possa portare ad inclusione, valorizzazione e che possa produrre effetti positivi per tutti gli attori in gioco, nessuno escluso.

La sfida per le olimpiadi è fondamentale vincerla, sarà, anzi deve essere obiettivo cardine per il rilancio di Milano e dell’Italia.

Articolo a cura di Edoardo Roncon Farina