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Diritto alla disconnessione

Il Diritto alla disconnessione, oggi se ne parla molto sopratutto dopo il lungo periodo di reclusione imposto dalla pandemia che negli ultimi anni ha cambiato radicalmente i nostri ritmi e abitudini nella vita privata e lavorativa. Molte aziende negli ultimi anni si sono rimodulate per fornire strumenti i grado di dare la possibilità ai propri dipendenti di effettuare le proprie mansioni lavorative anche a distanza e quindi limitando la presenza sul luogo di lavoro. Questa svolta però ha creato in molti casi anche delle ripercussioni negative sul lavoratore, che non vanno ad influire positivamente sulla salute. I casi di forte stress sono dovuti principalmente dallo stravolgimento dei normali ritmi lavorativi, alternanza di pausa e lavoro, che vanno ad impattare sulla produttività lavorativa.E’ stato riscontrato che i pericoli sul fronte della salute psichica e fisica sono molto elevati nel breve e lungo termine. Essere liberi di disconnettersi per evitare che vita privata e professionale si mescolino.

L’idea non è nuova, ma con la pandemia ha avuto un’accelerazione. Si procede in ordine sparso: ci sono i Paesi che hanno sancito il diritto di spegnere lo smartphone, quelli che hanno vietato le mail dei superiori e quello che ha suggerito il bon ton della disconnessione.

Cosa dicono le linee guida sullo smart working?

Attualmente L’Italia è uno di pochi paesi in Europa ad aver decretato delle linea guida sul tema, anche se ancora lontani dal poter dire di aver attuato una fase pratica efficiente.

Un primo risultato sul fronte dello smart working era arrivato nel marzo scorso, con il decreto legge 30, in cui viene riconosciuto il diritto alla disconnessione limitatamente alle strumentazioni digitali per l’attività lavorativa in modalità agile, nel rispetto degli accordi già sottoscritti e, per il pubblico impiego, dell’eventuale contrattazione collettiva.

Due i problemi principali per quanto riguarda il nostro Paese: la disconnessione, al momento, non è riconosciuta come diritto universale e la regolamentazione della stessa è rimessa al confronto fra le parti.

Il 13 maggio 2020, il Garante della Privacy ha invocato il diritto alla disconnessione, senza il quale “si rischia di vanificare la necessaria distinzione tra spazi di vita privata e attività lavorativa, annullando così alcune tra le più antiche conquiste raggiunte per il lavoro tradizionale”.

le problematiche

Il problema principale emerso sul tema della disconessione, in quanto un tema ancora molto generico in italia, è la poca supervisione su come viene messa in atto dalle aziende questa modalità verso i dipendenti. Anche se lo smart working si caratterizza “per l’assenza di un preciso orario di lavoro”, è possibile organizzare “fasce orarie” e individuarne una “di disconnessione”, che va garantita adottando “specifiche misure tecniche e/o organizzative”. Anche perché (particolare non secondario) non si possono percepire straordinari in modalità agile. Il diritto viene esteso alle “assenze legittime”, come malattie, permessi e ferie: “Il lavoratore può disattivare i propri dispositivi di connessione e, in caso di ricezione di comunicazioni aziendali, non è obbligato a prenderle in carico prima della prevista ripresa dell’attività”.

In definitiva, nella consapevolezza dei rischi derivanti da un eccesso di lavoro ed al fine di scongiurare i rischi connessi al superamento dei limiti di durata giornaliera e settimanale della prestazione lavorativa, i quali incidono sulla salute dell’individuo proprio per effetto del possibile sovraccarico di lavoro dovuto all’assenza di controllo (burnout), la legge introduce uno strumento giuridico diretto ad assicurare il rispetto dei tempi di riposo, essenziale soprattutto per le nuove generazioni troppo abituate alla iperconnessione.

Samuele Scafuro

Concrete Onlus


Molti pensano che il problema del Corona Virus sia una questione prettamente sanitaria. Certamente l’aspetto salute è fondamentale e tutte le misure messe in campo sono volte a prevenire o a contenere il contagio, ma l’impatto che sta avendo sulla nostra società dal punto di vista organizzativo ed economico lascerà ferite che non sempre si riuscirà a cicatrizzare.

Si parla in molti casi di “smart working” ed è sicuramente un’ottima alternativa per continuare a lavorare da casa senza interrompere la produzione, evitando di mettere a rischio la propria salute e quella degli altrI ….. il problema è che molti non possono essere “smart” nel loro lavoro.

Pensate solo nel nostro settore, come facciamo a sostituire una badante, un asa o un oss nel suo quotidiano assistere una persona disabile, malata o anziana? Oppure se si ha bisogno di spostarsi non abbiamo ancora i veicoli senza autista che permettono di fare questo servizio senza l’intervento umano. Questi sono i problemi dalla parte di chi ha bisogno ed usufruisce dei servizi che rendono poco “smart” la situazione.

C’è poi la parte poco “smart” di chi i servizi li produce e che non potendo più offrirli o perché impedito dalle regole o perché la domanda è crollata – vedi tutto il comparto viaggi e turismo – non produce, non incassa e vede a rischio il suo futuro lavorativo e d’impresa. Si parla di provvedimenti di sostegno, di sgravio, di contributi ma quanto rapidi saranno? Quali categorie ne beneficeranno e quanti invece ne rimarranno fuori?

Una situazione difficile ora, ma che diventerà sempre più difficile prossimamente anche quando il Virus avrà ridotto il suo impatto diretto. Infatti resteranno molte delle conseguenze economiche e organizzative che l’epidemia ha creato, le paure, i pregiudizi e “tornare alla normalità” sarà molto difficile e faticoso. Quanto tempo pensate ci metteremo a riguadagnare la fiducia del mondo e a riportare in Italia tutti i turisti che hanno cancellato le loro prenotazioni in questi giorni?

Articolo a cura di Claudio Fontana – Concrete Onlus